Luoghi

Abetone

 

Sin dall’alba del mondo è sempre stato uno spartiacque, un punto del crinale che come una cerniera cuciva assieme il versante adriatico da quello tirrenico. Si chiamava Valico di Serra Bassa e lassù erano solo boschi, radure, pietre, un viottolo che collegava la frazione di Rivoreta, versante toscano, con il paese di Fiumalbo. E’ una storia di lupi, briganti e abeti quella che per tanti secoli ha attraversato la quotidianità di Serra Bassa. Soprattutto, una storia di abeti: bianchi con le su pigne girate verso l’alto come candelabri, rossi se ciondolanti come lacrime di legno dalle fronde.

Si deve proprio a una di quelle conifere se poi Serra Bassa è oggi marcata sulle mappe come Abetone. Le maestranze dedite alla costruzione della strada ximeniana, strada i cui lavori iniziarono giusto 250 anni fa e che avrebbe poi cambiato in modo radicale le sorti della Montagna pistoiese e modenese, se lo ritrovarono proprio sul percorso che il progetto indicava di seguire quel maestoso abete che si dice “ non bastavano sei persone messe tutt’ intorno con le braccia tese per riuscire a cingerlo e che necessitarono tre giorni di incessanti colpi di accetta e miagolii di segoni per tirarlo giù!”

Abbattuto il gigantesco albero, i lavoranti ecco che iniziarono a nominare quel posto non più Serra Bassa ma come “Abetone”. Inizia da quella strada e da quell’ abbattimento di abete la storia recente del paese che poi diventerà luogo di residenza, valico di traffici di mercanzie e di baratti come quello del sale del Mar Tirreno con il legname di faggio, buono per farci remi di imbarcazioni perché cresciuto più strinto nelle fibre nei pendii all’ albagio dell’ alto modenese, o ancora gli scambi del ferro elbano con quelli del grano e bestiame della pianura padana.

La nuove arteria taglia fuori dai traffici borgate come Lizzano, Spignana, Val di Luce, la stessa Rivoreta, in parte Cutigliano, ma finisce col dare linfa vitale all’ Abetone. Il paese, con tutte quelle casine che danno la faccia alla strada e il culo al bosco, diventa un luogo da vivere e non più da oltrepassare in fretta e furia con l’assillo di bufere di neve, assalti di lupi o peggio di briganti. Diventa il borgo dei boscaioli, carbonai, falegnami, intagliatori tutti dai volti rubizzi e dalle gote arrossite dal freddo.

Freddo che, a quasi 1400 metri di altitudine, vuol dire neve. E i primi sci, delle stanghe di quasi due metri e mezzo, costruiti in faggio, talvolta di acero, direttamente dagli abetonesi abili nella scelta a colpo d’ occhio quali fossero nel fitto del bosco i tronchi più adatti, che sciupare alberi era cosa da non fare! Neve che diventa, anche grazie alla ferrovia porrettana capace di riversare i primi sciatori non indigeni in zona, turismo e nuovi profitti.

Il resto è storia recente: l’epopea di Zeno Colò e degli altri campionissimi abetonesi dello scorso secolo, la rete degli impianti di risalita, la bontà del mirtillo nero, specie autoctona ed esclusiva di questi crinali, la fama dei funghi di quassù, sodi, bianchi e duri al taglio come patate e dal sapore pieno e che non spariscono mica in una padella come quelli raccolti chissà dove!

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *