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Sambuca

POSOLA

Grosso borgo situato ad una quota di 942 metri e prossimo al crinale che separa la valle del Reno da quella della Limentra Occidentale, è sovrastato a quota 1092 dal Crocione, cima posta in posizione panoramica e così denominata per la presenza su di esso di una grande croce metallica. Fino a pochi decenni orsono il paese era circondato da orti, campi, pascoli che sono stati quasi del tutto abbandonati. In alcuni di essi sono stati introdotti impianti artificiali di conifere; altri sono stati invece ricolonizzati dalla aggressiva vegetazione spontanea. Le aree in passato coltivate a castagneto sono anch’esse in abbandono e stanno evolvendo verso il bosco misto, con prevalenza di querce, castagno selvatico (salvàno), càrpino, orniello. Nella parte alta sono presenti cedui di faggio.

Il centro abitato si estende su un pianoro, allungato in direzione nord-sud. Oltre a Pòsola propriamente detta si trovano due altri rioni: il Casone a tramontana e Val di maggia a mezzogiorno. Il paese, posto in posizione panoramica e circondato da boschi, è apprezzato luogo di villeggiatura estiva: sono soprattutto gli antichi proprietari che ritornano nelle case avite dopo la fuga dalle montagne, verificatasi nei decenni seguenti la seconda guerra mondiale. D’inverno Pòsola è disabitata, anche se è facile incontrarvi qualcuno soprattutto nei fine settimana. La principale via di collegamento con il fondovalle è una strada comunale asfaltata che passa per Casale e si inserisce nella Porrettana a Bellavalle. Una strada sterrata di crinale, la cosiddetta «Strada della Faggeta», agibile solo nella bella stagione e solo con mezzi fuoristrada, collega invece Pòsola al Passo della Collina e a Frassignoni. Il sottostante paese di Molino del Pallone, sede di stazione ferroviaria, è raggiungibile solo a piedi, con circa un’ora di cammino per buona strada mulattiera.
Pòsola è documentata nell’Estimo del Comune di Sambucha del 1587. Il Casone è citato nel 1646: la frazione VaI di Maggia sembra essere il nucleo più antico in quanto è riportata (Val di Magia) nello Statuto della Sambuca del 1291-1340.

La chiesa dei Ss. Filippo e Giacomo fu in origine un oratorio dipendente dalla pieve di San lacopo alla Sambuca. Le furono attribuite funzioni parrocchiali nel febbraio 1850 poi soppresse nel 1961. E officiata in modo continuo soltanto durante l’estate. La maggior parte degli edifici del paese sono stati ristrutturati per essere utilizzati come case per le vacanze: molti conservano tuttavia aspetti architettonici ed ornati su antiche pietre di indubbio interesse: una maschera in pietra, antiche date, mammelle, architravi con croci, simboli solari, disegni degli attrezzi usati dai mastri muratori.

I borghi vicini sono Canal di Sasso, Canal di Sasso di sotto e Casa Bocchi. I primi due nuclei, abitati nella bella stagione, sono raggiungibili con strada rotabile; Casa Bocchi è in stato di semiabbandono ed è raggiungibile solo a piedi, percorrendo la via mulattiera che da Pòsola scende a Molino del Pallone. Pòsola è centro in cui convergono numerosi sentieri provenienti da Molino del Pallone, Casa Bettini, Castello di Sambuca, Campeda, Lagacci, Monte Pidocchina (Strada del la Faggeta).

Nel paese è presente un pubblico locale, ad apertura estiva, in cui ha sede la locale Pro loco, e che offre servizio di bar e pizzeria.

Castello di Sambuca

(tratto da “Storie della Sambuca” 2001 – Nicola Giuntoli)

Quasi nido d’aquila, poggiato sul fianco del monte, sorge il paeselIo di Sambuca: sopraccapo si leva il castello antichissimo, per la positura e le fortificazioni di cui era munito, nei tempi medioevali, quasi imprendibile. Si sa oggi che il paese, posto a 736 m s.l.m., era interamente racchiuso da mura poste sull’orlo del precipizio; la via Francesca della Sambuca lo attraversava lungo il suo bordo inferiore, nel tratto compreso fra la “porta che viene di verso Pistoia” e “la porta che va a Bologna”. Altre due cinte murarie concentriche inglobavano la piazza e la chiesa del castello (assai più piccola dell’attuale e diversamente orientata) ed infine, nella parte più elevata ed inaccessibile, la rocca e la torre alta oltre venti metri. Oggi si possono osservare tracce di mura inglobate nelle opere di sostegno degli orti delle case della fila più in basso del paese e nella strutture della canonica e della chiesa, sul lato nord.

Più chiaro appare l’impianto della rocca, che conserva quasi interamente il tracciato della propria cinta: al suo interno i muri possenti della torre a pianta pentagonale sono ancora in grado di ricordare l’imponenza dell’antico fortilizio, nonostante sia rimasto solo un terzo dell’altezza dell’antico mastio.La fronte che si affaccia sulla piazzola entro la rocca, con i resti della bifora e del sottostante vano ad arco acuto di accesso alla torre, è diventata oramai l’emblema di Sambuca.

Sotto la rocca si stende, come un’arca puntata sul Monte la Tosa, la Pieve a tre navate intitolata ai Santi Cristoforo e Jacopo. Frutto di radicali lavori di rifacimento ed ampliamento condotti a partire dalla fine del ‘600, racchiude arredi ed opere d’arte di pregio sotto il tetto sostenuto da capriate di legno vivacemente decorate. Gli altari, dalle linee sobrie ed eleganti, furono costruiti in pietra serena dal 1709 al 1762, anno al quale risale l’altare maggiore, che presenta ai lati due volute ripetute nei sostegni della mensa. Dietro di esso spicca una grande tela raffigurante una Crocefissione e santi risalente al XVII secolo. Sugli altari della navata di sinistra altri due dipinti del ‘600: i SS. Silvestro papa, Rocco e Sebastiano e S. Giovanni Battista e astanti.

Interessante una cornice settecentesca, in legno dorato e laccato, con i simboli della passione di Cristo rappresentati secondo i canoni dell’iconografia popolare, a contornare un crocifisso collocato su fondo stellato. Sempre nella navata destra, sopra il primo altare, è posta la tela più pregevole della chiesa: il Compianto sul Cristo morto che il recente restauro ha consentito di attribuire al pittore pistoiese Pietro Marchesini (1692-1757). Egli l’avrebbe dipinto negli anni 1722-23 copiando e rielaborando la parte superiore della pala che Guido Reni realizzò nel 1616 per la chiesa dei Mendicanti di Bologna. Ma l’immagine della Madonna fra due angeli, in atteggiamento di preghiera di fronte al corpo di Cristo disteso in primo piano, è qui più serrata rispetto al modello originale.

Le linee virtuali della composizione racchiudono entro un triangolo equilatero i personaggi principali e focalizzano l’attenzione dell’osservatore sul corpo cereo ed irrigidito dalla morte, al quale fa da contrappunto lo sguardo della madre rivolto al cielo. Nella sacrestia uno stupendo mobile in legno di noce e di castagno, che porta incisa la data 1739, occupa un’intera parete. I lavori di restauro compiuti sulla chiesa e sui dipinti negli anni scorsi hanno restituito alla comunità sambucana il suo più prezioso monumento. L’accesso alla chiesa avviene attraverso un portale in pietra sotto al portico, costruito ai primi dell’Ottocento, dal quale si gode un bel panorama sulla valle. Il campanile, eretto assieme alla “nuova” chiesa, diffonde attraverso le quattro bifore alla sua sommità il suono di tre campane: la più grande, collocata al centro della cella e dedicata a S.Jacopo, fu realizzata nel 1794 nella bottega di “Gio Batta Cari e fratelli” fonditori di Pistoia. Quella a nord, “Deo et 5. Antonio Patav. Dicata”, è dovuta alla maestria del treppiese Sante Gualandi, che la realizzò nel 1816 nella sua fonderia di Prato, dove si era trasferito, e dove fuse due anni più tardi anche il campanone della Torre pendente di Pisa. La terza fu “rifusa a spese di diversi benefattori al tempo di Don Francesco Bartolozzi Pro Vicario Foraneo I A. D. MDCCCXXXVI I Terzo Rafanelli e figli fonditori in Pistoia”.

Sul lato meridionale del campanile fu collocato, assai probabilmente durante la sua costruzione, il quadrante in pietra di un orologio da torre che riporta i segni consunti di sei numeri romani ed alcune iscrizioni non decifrate. Anche la vasta canonica, edificata ai piedi della chiesa, assunse la forma attuale nel corso del XVIII secolo, stando alla data 1737 incisa su una pietra murata nella parete di ponente.

L’origine della costruzione è assai più antica, come testimonia il carattere medievale di un grande vano al livello della via Francesca: nel muro a filari di conci squadrati si apre una porta arcuata che conserva, integro, il cardine superiore della porta, realizzato in un blocco di pietra che sporge dal filo della muratura. Questi elementi sono emersi in occasione dei lavori, tuttora in corso, per realizzare nell’edificio un ostello, un bivacco per escursionisti ed una trattoria, oltre al punto informativo dell’Ecomuseo della Montagna Pistoiese, che individua nel Comune di Sambuca Pistoiese l’itinerario tematico della pietra. Ma anche nelle attuali cantine di altre case del paese si trovano muri di simile fattura e porte con arco a tutto sesto in conci regolari.

Fin dalla sua origine, la parte più bassa del castello è stata sicuramente riservata alle abitazioni, disposte su file parallele scalate fra loro e ben esposte al sole, sopra gli orti terrazzati che fiancheggiano il tratto meridionale delle mura. Strette e ripide, le strade lastricate di pietra si arrampicano fra le case, fino alla piazza alberata sul fianco della chiesa dove una scritta sbiadita indica una vecchia macelleria, della quale è rimasto soltanto, dietro la porta ormai chiusa, parte del banco realizzato in muratura.

Il paese, che si anima in estate e nei fine settimana, è oggi abitato da poche persone, alcune delle quali hanno visto chiudere via via la stessa macelleria, le botteghe di generi alimentari, la rivendita di sale e tabacchi, il forno, l’ufficio postale. Lo spopolamento, che a partire dalla fine della seconda guerra mondiale ha colpito la montagna, si è fatto sentire ancor più nei paesi e nelle zone più inaccessibili. Ed i servizi, come gli abitanti, si sono spostati nei paesi del fondovalle, intorno alle strade principali, quando non hanno abbandonato del tutto il Comune. Anche l’edificio che dal 1848 al 1867 ospitò la Pretura è stato trasformato in abitazioni stagionali e, successivamente, alienato. Sede comunale fino a quando il municipio non fu trasferito a Pavana, servì anche, nei primi decenni del ‘900, per la scuola maschile. Nel 1936 il Comune la concesse in affitto per 29 anni alla compagnia filodrammatica I Fiorenti del Dopolavoro di S. Cecilia di Firenze, che vi ricavò una saletta con proscenio per le proprie rappresentazioni. Quale segno di un illustre passato resta soltanto un portale ed uno stemma di pietra, riproducente un suino.Vicino, al centro degli edifici della parte più bassa del paese, al numero civico 18, c’è una grande casa che in facciata presenta le caratteristiche architettoniche di un villino urbano; davanti ad esso la strada ha l’aspetto di una gradinata con andamento curvo in pietre ben squadrate. Sopra la porta di ingresso, ad arco, è murata una targa con su scritto:PIETRO BETTINI,FF L’ANNO 1879. Era questi un falegname, nato il 1° dicembre 1849 da famiglia operaia residente a Ca’ dei Bettini, piccola borgata presso Pratopiano, pochi chilometri a nord del Castello. Pietro era il maggiore dei maschi e fondandosi sulla conoscenza non teorica ma sperimentale, che aveva dei legnami e della carbonizzazione, si dette al commercio dei legnami e del carbone, scegliendosi come campo per esercitarlo, la Sardegna, pratico come era del paese e delle persone. Sagace e ponderato per indole, riflessivo per abitudine, riuscì assai bene nelle imprese assunte e prosperarono i suoi interessi.La casa è ancora buon testimone del successo sociale del suo fondatore che di lì a poco fu eletto Sindaco (1880-1890). L’amministrazione pubblica, diretta da lui migliorò d’assai… Anche delle scuole paesane ebbe massima cura e non vi fu frazione dell’alpestre Comune, in cui non fosse provveduto alla elementare istruzione, nel miglior modo che si potesse. Il servizio reso alla propria comunità gli valse la Croce di Cavaliere della Corona d’Italia. Morì, poco più che cinquantenne, il 2 dicembre 1902 e riposa nel cimitero paesano entro una splendida cappella in pietra finemente scalpellata.

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