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Sambuca

POSOLA

Grosso borgo situato ad una quota di 942 metri e prossimo al crinale che separa la valle del Reno da quella della Limentra Occidentale, è sovrastato a quota 1092 dal Crocione, cima posta in posizione panoramica e così denominata per la presenza su di esso di una grande croce metallica. Fino a pochi decenni orsono il paese era circondato da orti, campi, pascoli che sono stati quasi del tutto abbandonati. In alcuni di essi sono stati introdotti impianti artificiali di conifere; altri sono stati invece ricolonizzati dalla aggressiva vegetazione spontanea. Le aree in passato coltivate a castagneto sono anch’esse in abbandono e stanno evolvendo verso il bosco misto, con prevalenza di querce, castagno selvatico (salvàno), càrpino, orniello. Nella parte alta sono presenti cedui di faggio.

Il centro abitato si estende su un pianoro, allungato in direzione nord-sud. Oltre a Pòsola propriamente detta si trovano due altri rioni: il Casone a tramontana e Val di maggia a mezzogiorno. Il paese, posto in posizione panoramica e circondato da boschi, è apprezzato luogo di villeggiatura estiva: sono soprattutto gli antichi proprietari che ritornano nelle case avite dopo la fuga dalle montagne, verificatasi nei decenni seguenti la seconda guerra mondiale. D’inverno Pòsola è disabitata, anche se è facile incontrarvi qualcuno soprattutto nei fine settimana. La principale via di collegamento con il fondovalle è una strada comunale asfaltata che passa per Casale e si inserisce nella Porrettana a Bellavalle. Una strada sterrata di crinale, la cosiddetta «Strada della Faggeta», agibile solo nella bella stagione e solo con mezzi fuoristrada, collega invece Pòsola al Passo della Collina e a Frassignoni. Il sottostante paese di Molino del Pallone, sede di stazione ferroviaria, è raggiungibile solo a piedi, con circa un’ora di cammino per buona strada mulattiera.
Pòsola è documentata nell’Estimo del Comune di Sambucha del 1587. Il Casone è citato nel 1646: la frazione VaI di Maggia sembra essere il nucleo più antico in quanto è riportata (Val di Magia) nello Statuto della Sambuca del 1291-1340.

La chiesa dei Ss. Filippo e Giacomo fu in origine un oratorio dipendente dalla pieve di San lacopo alla Sambuca. Le furono attribuite funzioni parrocchiali nel febbraio 1850 poi soppresse nel 1961. E officiata in modo continuo soltanto durante l’estate. La maggior parte degli edifici del paese sono stati ristrutturati per essere utilizzati come case per le vacanze: molti conservano tuttavia aspetti architettonici ed ornati su antiche pietre di indubbio interesse: una maschera in pietra, antiche date, mammelle, architravi con croci, simboli solari, disegni degli attrezzi usati dai mastri muratori.

I borghi vicini sono Canal di Sasso, Canal di Sasso di sotto e Casa Bocchi. I primi due nuclei, abitati nella bella stagione, sono raggiungibili con strada rotabile; Casa Bocchi è in stato di semiabbandono ed è raggiungibile solo a piedi, percorrendo la via mulattiera che da Pòsola scende a Molino del Pallone. Pòsola è centro in cui convergono numerosi sentieri provenienti da Molino del Pallone, Casa Bettini, Castello di Sambuca, Campeda, Lagacci, Monte Pidocchina (Strada del la Faggeta).

Nel paese è presente un pubblico locale, ad apertura estiva, in cui ha sede la locale Pro loco, e che offre servizio di bar e pizzeria.

Castello di Sambuca

(tratto da “Storie della Sambuca” 2001 – Nicola Giuntoli)

Quasi nido d’aquila, poggiato sul fianco del monte, sorge il paeselIo di Sambuca: sopraccapo si leva il castello antichissimo, per la positura e le fortificazioni di cui era munito, nei tempi medioevali, quasi imprendibile. Si sa oggi che il paese, posto a 736 m s.l.m., era interamente racchiuso da mura poste sull’orlo del precipizio; la via Francesca della Sambuca lo attraversava lungo il suo bordo inferiore, nel tratto compreso fra la “porta che viene di verso Pistoia” e “la porta che va a Bologna”. Altre due cinte murarie concentriche inglobavano la piazza e la chiesa del castello (assai più piccola dell’attuale e diversamente orientata) ed infine, nella parte più elevata ed inaccessibile, la rocca e la torre alta oltre venti metri. Oggi si possono osservare tracce di mura inglobate nelle opere di sostegno degli orti delle case della fila più in basso del paese e nella strutture della canonica e della chiesa, sul lato nord.

Più chiaro appare l’impianto della rocca, che conserva quasi interamente il tracciato della propria cinta: al suo interno i muri possenti della torre a pianta pentagonale sono ancora in grado di ricordare l’imponenza dell’antico fortilizio, nonostante sia rimasto solo un terzo dell’altezza dell’antico mastio.La fronte che si affaccia sulla piazzola entro la rocca, con i resti della bifora e del sottostante vano ad arco acuto di accesso alla torre, è diventata oramai l’emblema di Sambuca.

Sotto la rocca si stende, come un’arca puntata sul Monte la Tosa, la Pieve a tre navate intitolata ai Santi Cristoforo e Jacopo. Frutto di radicali lavori di rifacimento ed ampliamento condotti a partire dalla fine del ‘600, racchiude arredi ed opere d’arte di pregio sotto il tetto sostenuto da capriate di legno vivacemente decorate. Gli altari, dalle linee sobrie ed eleganti, furono costruiti in pietra serena dal 1709 al 1762, anno al quale risale l’altare maggiore, che presenta ai lati due volute ripetute nei sostegni della mensa. Dietro di esso spicca una grande tela raffigurante una Crocefissione e santi risalente al XVII secolo. Sugli altari della navata di sinistra altri due dipinti del ‘600: i SS. Silvestro papa, Rocco e Sebastiano e S. Giovanni Battista e astanti.

Interessante una cornice settecentesca, in legno dorato e laccato, con i simboli della passione di Cristo rappresentati secondo i canoni dell’iconografia popolare, a contornare un crocifisso collocato su fondo stellato. Sempre nella navata destra, sopra il primo altare, è posta la tela più pregevole della chiesa: il Compianto sul Cristo morto che il recente restauro ha consentito di attribuire al pittore pistoiese Pietro Marchesini (1692-1757). Egli l’avrebbe dipinto negli anni 1722-23 copiando e rielaborando la parte superiore della pala che Guido Reni realizzò nel 1616 per la chiesa dei Mendicanti di Bologna. Ma l’immagine della Madonna fra due angeli, in atteggiamento di preghiera di fronte al corpo di Cristo disteso in primo piano, è qui più serrata rispetto al modello originale.

Le linee virtuali della composizione racchiudono entro un triangolo equilatero i personaggi principali e focalizzano l’attenzione dell’osservatore sul corpo cereo ed irrigidito dalla morte, al quale fa da contrappunto lo sguardo della madre rivolto al cielo. Nella sacrestia uno stupendo mobile in legno di noce e di castagno, che porta incisa la data 1739, occupa un’intera parete. I lavori di restauro compiuti sulla chiesa e sui dipinti negli anni scorsi hanno restituito alla comunità sambucana il suo più prezioso monumento. L’accesso alla chiesa avviene attraverso un portale in pietra sotto al portico, costruito ai primi dell’Ottocento, dal quale si gode un bel panorama sulla valle. Il campanile, eretto assieme alla “nuova” chiesa, diffonde attraverso le quattro bifore alla sua sommità il suono di tre campane: la più grande, collocata al centro della cella e dedicata a S.Jacopo, fu realizzata nel 1794 nella bottega di “Gio Batta Cari e fratelli” fonditori di Pistoia. Quella a nord, “Deo et 5. Antonio Patav. Dicata”, è dovuta alla maestria del treppiese Sante Gualandi, che la realizzò nel 1816 nella sua fonderia di Prato, dove si era trasferito, e dove fuse due anni più tardi anche il campanone della Torre pendente di Pisa. La terza fu “rifusa a spese di diversi benefattori al tempo di Don Francesco Bartolozzi Pro Vicario Foraneo I A. D. MDCCCXXXVI I Terzo Rafanelli e figli fonditori in Pistoia”.

Sul lato meridionale del campanile fu collocato, assai probabilmente durante la sua costruzione, il quadrante in pietra di un orologio da torre che riporta i segni consunti di sei numeri romani ed alcune iscrizioni non decifrate. Anche la vasta canonica, edificata ai piedi della chiesa, assunse la forma attuale nel corso del XVIII secolo, stando alla data 1737 incisa su una pietra murata nella parete di ponente.

L’origine della costruzione è assai più antica, come testimonia il carattere medievale di un grande vano al livello della via Francesca: nel muro a filari di conci squadrati si apre una porta arcuata che conserva, integro, il cardine superiore della porta, realizzato in un blocco di pietra che sporge dal filo della muratura. Questi elementi sono emersi in occasione dei lavori, tuttora in corso, per realizzare nell’edificio un ostello, un bivacco per escursionisti ed una trattoria, oltre al punto informativo dell’Ecomuseo della Montagna Pistoiese, che individua nel Comune di Sambuca Pistoiese l’itinerario tematico della pietra. Ma anche nelle attuali cantine di altre case del paese si trovano muri di simile fattura e porte con arco a tutto sesto in conci regolari.

Fin dalla sua origine, la parte più bassa del castello è stata sicuramente riservata alle abitazioni, disposte su file parallele scalate fra loro e ben esposte al sole, sopra gli orti terrazzati che fiancheggiano il tratto meridionale delle mura. Strette e ripide, le strade lastricate di pietra si arrampicano fra le case, fino alla piazza alberata sul fianco della chiesa dove una scritta sbiadita indica una vecchia macelleria, della quale è rimasto soltanto, dietro la porta ormai chiusa, parte del banco realizzato in muratura.

Il paese, che si anima in estate e nei fine settimana, è oggi abitato da poche persone, alcune delle quali hanno visto chiudere via via la stessa macelleria, le botteghe di generi alimentari, la rivendita di sale e tabacchi, il forno, l’ufficio postale. Lo spopolamento, che a partire dalla fine della seconda guerra mondiale ha colpito la montagna, si è fatto sentire ancor più nei paesi e nelle zone più inaccessibili. Ed i servizi, come gli abitanti, si sono spostati nei paesi del fondovalle, intorno alle strade principali, quando non hanno abbandonato del tutto il Comune. Anche l’edificio che dal 1848 al 1867 ospitò la Pretura è stato trasformato in abitazioni stagionali e, successivamente, alienato. Sede comunale fino a quando il municipio non fu trasferito a Pavana, servì anche, nei primi decenni del ‘900, per la scuola maschile. Nel 1936 il Comune la concesse in affitto per 29 anni alla compagnia filodrammatica I Fiorenti del Dopolavoro di S. Cecilia di Firenze, che vi ricavò una saletta con proscenio per le proprie rappresentazioni. Quale segno di un illustre passato resta soltanto un portale ed uno stemma di pietra, riproducente un suino.Vicino, al centro degli edifici della parte più bassa del paese, al numero civico 18, c’è una grande casa che in facciata presenta le caratteristiche architettoniche di un villino urbano; davanti ad esso la strada ha l’aspetto di una gradinata con andamento curvo in pietre ben squadrate. Sopra la porta di ingresso, ad arco, è murata una targa con su scritto:PIETRO BETTINI,FF L’ANNO 1879. Era questi un falegname, nato il 1° dicembre 1849 da famiglia operaia residente a Ca’ dei Bettini, piccola borgata presso Pratopiano, pochi chilometri a nord del Castello. Pietro era il maggiore dei maschi e fondandosi sulla conoscenza non teorica ma sperimentale, che aveva dei legnami e della carbonizzazione, si dette al commercio dei legnami e del carbone, scegliendosi come campo per esercitarlo, la Sardegna, pratico come era del paese e delle persone. Sagace e ponderato per indole, riflessivo per abitudine, riuscì assai bene nelle imprese assunte e prosperarono i suoi interessi.La casa è ancora buon testimone del successo sociale del suo fondatore che di lì a poco fu eletto Sindaco (1880-1890). L’amministrazione pubblica, diretta da lui migliorò d’assai… Anche delle scuole paesane ebbe massima cura e non vi fu frazione dell’alpestre Comune, in cui non fosse provveduto alla elementare istruzione, nel miglior modo che si potesse. Il servizio reso alla propria comunità gli valse la Croce di Cavaliere della Corona d’Italia. Morì, poco più che cinquantenne, il 2 dicembre 1902 e riposa nel cimitero paesano entro una splendida cappella in pietra finemente scalpellata.

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Piteglio

Distante dalle più importanti strade del comprensorio, Piteglio è uno dei borghi più suggestivi della Montagna Pistoiese. E’ il paese delle incisioni su pietra, del culto della Madonna del latte, dell’acqua che leva la paura, delle strane apparizioni sul Monte Torricella e della leggenda di un cervo coraggioso che salvò gli abitanti del borgo da un assalto notturno dei Lucchesi. Un cervo divenuto, non a caso, simbolo sullo stemma del Comune.

Acciambellato su un poggio, circondato da boschi di castagno assai rinomati per la particolare dolcezza della farina ricavate dalle castagne e con le case di sasso di torrente che si tengono strette tra loro come a custodire un qualche segreto, Piteglio è un paese che ben si presta a far raccontare storie sospese tra realtà e leggenda, magia e spiritualità, misteri e segreti.

Il cuore del borgo è una piazzetta che sembra una terrazza affacciata sul fondovalle e l’alveo del torrente Lima. Si chiama Aia Grande, è tutta lastricata in pietra e circondata da casupole ammucchiate ai bordi come gusci di noce che al tramonto si incendiano di ocra intenso con sullo sfondo le sagome arcigne del Balzo Nero e Penna di Lucchio.

prataccio

Prataccio, frazione del comune di Piteglio(Pistoia), sorge lungo la via Statale Mammianese, antica via di comunicazione da e per Emilia e Lucchesia, ultimata nell’ anno 1843 per volere del Granduca di Toscana, Leopoldo II di Lorena. Si trova a 6km dall’ abitato di Le Piastre, a 3km dal paese di Prunetta e a 3km dal paese di Piteglio.

La sua altitudine di 860mt s/m e la sua buona posizione geografica, ne fanno un luogo felice per il suo clima mite e asciutto e per le sue ottime acque sorgive. Il paese attualmente conta circa 140 residenti, detti “prataccini” e comprende le frazioni di Capanne di Sotto,Aiale ed Africo, che dalle testimonianze raccolte pare essere il nucleo più antico. L’ origine del toponimo la si deve probabilmente alle condizioni in cui versava in passato il luogo, detto in primis “i pratacci” poi declinato al singolare cioè un “brutto prato” e da qui appunto un “prataccio”, dove sapientemente i prataccini, nel rispetto di un territorio montano non facile da sfruttare per la loro sussistenza, seppero costruire terrazzamenti su cui coltivare cereali come il grano e la segale, praticare la selvicoltura con i castagni, oltre ad allevare greggi, tagliare legna da ardere e produrre ghiaccio per la conservazione degli alimenti. Si, perchè proprio l’ industria del ghiaccio fu la grande innovazione del luogo, già sede per altro di alcuni opicifi (molini) per la produzione della farina di castagne e questo lo spiega in modo chiaro e dettagliato nel suo libro “L’ industria del Ghiaccio a Prataccio”, l’ autore Rolando Nesti, nostro paesano preziosissimo. Pensate che il ghiaccio prodotto, facendo confluire masse di acqua dentro grandi buche scavate nella terra e coperte con foglie ed arbusti, adeguatamente trasportato raggiungeva città come Firenze e Bologna. E con questo, quando si dice: “montanino, scarpe grosse e cervello fino” si scopre che tale citazione, nasconde tanta verità.

Luoghi

Cutigliano

 

Cutigliano é un suggestivo borgo medievale della Montagna P.se. Le sue origini risalgono all’epoca romana. Fu teatro di lotte tra fazioni medievali e resistenza dei Capitani della Montagna. Ne è testimonianza il bel palazzo quattrocentesco (attuale sede del comune), situato nel centro storico, la cui facciata è ornata da 96 stemmi appartenenti ai Capitani della Montagna. ed insegne araldiche attestanti la permanenza in Cutigliano di altrettanti Capitani.Il grande stemma mediceo con chiavi e tiara pontifici suggella il potere fiorentino. Nella piazzetta sorgono un’elegante loggia,la colonna con il Marzocco, la fontana e la chiesa della Madonna di Piazza in cui è custodita una pala d’altare robbiana. La vicina Pieve di San Bartolomeo è arricchita da pregevoli opere pittoriche. Cutigliano fu patria di Beatrice poetessa pastora analfabeta. Il fascino di Cutigliano, è legato alla salubrità dell’aria, alla ricca vegetazione boschiva che offre squisiti prodotti del sottobosco dai mirtilli, a tradizioni rurali e culturali che animano ancora la vita del capoluogo e delle sue frazioni. E’ inoltre luogo ideale per la pratica di vari sport all’aria aperta.

Il Museo della Gente dell’Appennino Pistoiese si trova a Rivoreta, un piccolo paese di 80 anime con una tradizione ricchissima. Il museo propone un viaggio nella vita delle persone di questo territorio, dai tempi passati ai giorni nostri. Più che un’esposizione, è un’esperienza attiva. Al visitatore viene richiesto di calarsi nella dimensione narrata, quindi di “fare” con le mani, provare dei lavoretti che gli antenati facevano nella società pre-industriale.Tra le particolarità della mostra non mancano quelle relative al processo di lavorazione e di trasformazione della castagna, su cui si basava l’intera economia della comunità; alla produzione del carbone; agli attrezzi che servivano per procurarsi il legno nel bosco. Solo una piccola parte degli oggetti della raccolta sono esposti, e si alternano ogni anno per cercare di offrire uno specchio più dettagliato della gente della montagna.

Visitabile anche dai non vedenti attraverso la innovativa tecnologia Walk assistant, il museo è rivolto proprio a tutti: ai bambini – che possono prendere parte anche al “Laboratorio del giocattolo”, che invita i più piccoli a sperimentare la fantasia e la manualità costruendo giocattoli poveri e semplici.

La riserva naturale biogenetica di Pian degli Ontani è di proprietà dello Stato e gestita dal Corpo Forestale dello Stato di Pistoia; ha un’altitudine che va da un min. 1100 m ad un max 1770 m ed un’estensione di 590 ettari.

Paesaggio montano appenninico con faggete, boschi misti mesofili, praterie di crinale e brughiere montane, la Riserva si colloca nel bacino idrografico del Torrente Sestaione ed è delimitata nella zona sommitale da un crinale con ampie zone aperte (praterie), di elevato interesse naturalistico e paesaggistico, su cui si ergono il Poggione (1761), il Pizzo Alpestre (1743) e il Monte Uccelliera (1656). Il territorio, solcato da numerosi affluenti ricchi d’acqua anche d’estate, presenta un’inclinazione moderata e costante (nord-est) e poche zone accidentate. Tipici i macereti, costituiti da accumuli di massi, anche di notevole dimensione, nonché gli isolati e affioranti lastroni di arenaria.La riserva è coperta in gran parte da rigogliose pure faggete. Meno diffusi i boschi ksti dove il faggio si unisce all’abete bianco, ad alcune sporadiche latifoglie e più raramente all’abete rosso.Tra i mammiferi presenti il lupo, il capriolo, la mortora, la faina, lo scoiattolo. Recenti studi hanno individuato 14 specie di chirotteri, alcuni assai rari, e vullnerabili come il vespertillio di Nattarer o il barba

Servizi per i visitatori: la Riserva è di libero accesso, esistono aeree di sosta per pic-nic, alcuni sentieri sono stati attrezzati con pannelli didattici ed è disponibile una carta della sentieristica. Come raggiungere l’area: la Riserva è raggiungibile da Pistoia percorrendo prima la SR 66 e poi la SS12 fino alla loc. Casotti di Cutigliano, dove si devia sulla SP 20 in direzione di Pian Ontani/Pian di Novello.

Luoghi

Abetone

 

Sin dall’alba del mondo è sempre stato uno spartiacque, un punto del crinale che come una cerniera cuciva assieme il versante adriatico da quello tirrenico. Si chiamava Valico di Serra Bassa e lassù erano solo boschi, radure, pietre, un viottolo che collegava la frazione di Rivoreta, versante toscano, con il paese di Fiumalbo. E’ una storia di lupi, briganti e abeti quella che per tanti secoli ha attraversato la quotidianità di Serra Bassa. Soprattutto, una storia di abeti: bianchi con le su pigne girate verso l’alto come candelabri, rossi se ciondolanti come lacrime di legno dalle fronde.

Si deve proprio a una di quelle conifere se poi Serra Bassa è oggi marcata sulle mappe come Abetone. Le maestranze dedite alla costruzione della strada ximeniana, strada i cui lavori iniziarono giusto 250 anni fa e che avrebbe poi cambiato in modo radicale le sorti della Montagna pistoiese e modenese, se lo ritrovarono proprio sul percorso che il progetto indicava di seguire quel maestoso abete che si dice “ non bastavano sei persone messe tutt’ intorno con le braccia tese per riuscire a cingerlo e che necessitarono tre giorni di incessanti colpi di accetta e miagolii di segoni per tirarlo giù!”

Abbattuto il gigantesco albero, i lavoranti ecco che iniziarono a nominare quel posto non più Serra Bassa ma come “Abetone”. Inizia da quella strada e da quell’ abbattimento di abete la storia recente del paese che poi diventerà luogo di residenza, valico di traffici di mercanzie e di baratti come quello del sale del Mar Tirreno con il legname di faggio, buono per farci remi di imbarcazioni perché cresciuto più strinto nelle fibre nei pendii all’ albagio dell’ alto modenese, o ancora gli scambi del ferro elbano con quelli del grano e bestiame della pianura padana.

La nuove arteria taglia fuori dai traffici borgate come Lizzano, Spignana, Val di Luce, la stessa Rivoreta, in parte Cutigliano, ma finisce col dare linfa vitale all’ Abetone. Il paese, con tutte quelle casine che danno la faccia alla strada e il culo al bosco, diventa un luogo da vivere e non più da oltrepassare in fretta e furia con l’assillo di bufere di neve, assalti di lupi o peggio di briganti. Diventa il borgo dei boscaioli, carbonai, falegnami, intagliatori tutti dai volti rubizzi e dalle gote arrossite dal freddo.

Freddo che, a quasi 1400 metri di altitudine, vuol dire neve. E i primi sci, delle stanghe di quasi due metri e mezzo, costruiti in faggio, talvolta di acero, direttamente dagli abetonesi abili nella scelta a colpo d’ occhio quali fossero nel fitto del bosco i tronchi più adatti, che sciupare alberi era cosa da non fare! Neve che diventa, anche grazie alla ferrovia porrettana capace di riversare i primi sciatori non indigeni in zona, turismo e nuovi profitti.

Il resto è storia recente: l’epopea di Zeno Colò e degli altri campionissimi abetonesi dello scorso secolo, la rete degli impianti di risalita, la bontà del mirtillo nero, specie autoctona ed esclusiva di questi crinali, la fama dei funghi di quassù, sodi, bianchi e duri al taglio come patate e dal sapore pieno e che non spariscono mica in una padella come quelli raccolti chissà dove!

 

Luoghi

San Marcello

il parco delle stelle

Percorrere una strada che si arrampica verso i boschi e il crinale tosco emiliano…E trovarsi in un luogo limite, sospeso tra la terra resa oro dalle graminacee cotte dal sole e un cielo abitato da tutti i pianeti del sistema solare…Ebbene questo luogo esiste, e’ poco sopra San Marcello Pistoiese e si chiama ” Parco delle Stelle”. Inaugurato circa un anno fa e sorto accanto alla cupola argentata dell osservatorio astronomico, uno dei più validi in Italia

spignana

Piccolo e grazioso paese arroccato alle pendici del monte Cornacchio, che domina la valle della Verdiana la più selvaggia dal punto di vista naturalistico della montagna pistoiese.

Ormai gli abitanti sono pochi, ma il paese si presenta piuttosto vivo nel corso dell’anno, soprattutto quando la stagione estiva permette di vivere la piazzetta che raduna tutti i paesani che intendono frescheggiare attraverso una normalissima, e forse oggi inconsueta, vita sociale. Qua i bambini scorrazzano felici in piena libertà lanciando urla che si perdono fra le strette vie della piccola chiesa e del suo campanile, una volta torre di difesa, a costruzione probabilmente medioevale (1201). L’esposizione del paese a sud ovest risulta protetta e poco umida e si può ammirare il tramonto del sole che si immerge fra la penna di Lucchio ed il monte Memoriante in un mare reso verde dalla vegetazione. Di fronte si trova il monte Castello, dove attualmente sono state riscoperte le vecchie fondamenta del Castel di Mura (epoca medioevale anch’esso) dal quale il Capitano della montagna controllava le vallate e legiferava il buon vivere dei montani. In passato anche gli americani scelsero la loro dimora a Spignana, qui installarono le cucine che dovevano servire i militi  sulla vicina linea gotica. I ragazzini di allora, oggi anziani, in cambio di mano d’opera riuscivano a portare a casa gli scarti di quelle cucine assieme a qualche cingomma e/o sigaretta.. Tanti personaggi hanno villeggiato nel paese …l’ultimo pare sia stato un certo Gino Bartali.

Luoghi

Fiumalbo

Assodato e indiscusso il toponimo Fiumalbo: si fa egualmente derivare da flumen album (fiume bianco) o da flumen alpium (fiume dell’Alpe), con riferimento all’ Alpoon, primitivo nome del Monte Cimone. Flumen album venne alternato a flumen albolum in una carta vescovile del 1038, anno di donazione della terra di Fiumalbo, ceduta dal Marchese di Toscana Bonifacio, padre di Matilde di Canossa, al Vescovo di Modena, Viberto.

Tracce di autori

Tracce di autori (edizione 2016)

Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell’associazione “Amo la montagna”, che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista “Vita in campagna” del Gruppo “Informatore Agrario”. Recentemente ha pubblicato il libro “Dieci racconti sambucani” ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.

Angelo Ferracuti.

Angelo Ferracuti è nato a Fermo nel 1960. Ha pubblicato raccolte di racconti e romanzi, fra cui Attenti al cane (Guanda, 1999), ma soprattutto libri di reportage come Le risorse umane (Feltrinelli, 2006), Viaggi da Fermo (Laterza, 2009), Il costo della vita (Einaudi, 2103), Andare, camminare, lavorare. L’Italia raccontata dai portalettere(Feltrinelli, 2015). Per Feltrinelli ha curato, insieme ad Andrea Cortellessa, la Cometa Romanzi di Luigi di Ruscio (2014).

Pierluigi Celli

Imprenditore, dirigente d’azienda, saggista e scrittore. E’ stato direttore generale dell’università LUISS guido Carli di roma e della RAI, membro dei consigli di amminstrazione di Illy e Unipol, fino al 2014 è stato presidente di ENIT.

Mauro Corona

Mauro Corona è nato nel 1950. Da ragazzo ha lavorato come boiscaiolo e cavatore. Fin da bambino ha cominciato a intagliare il legno. Lo scultore Augusto Murer ha intuito il suo talento e lo ha accolto nel suo studio di Falcade, dove Mauro Corona ha approfondito la tecnica e l’arte che gli ha permesso di diventare uno scultore ligneo conosciuto in tutta Europa.
Alpinista e arrampicatore, ha aperto numerosi itinerari sulle Dolomiti d’Oltre Piave e partecipato a diverse spedizioni internazionali.
Nel 1997 pubblica il suo primo libro “Il volo della martora”. La scrittura diventa così un’altra delle sue grandi passioni, grazie alla quale è oggi annoverato tra gli scrittori più apprezzati in Italia.

 

 Fioly  Bocca

 

Fioly Bocca vive sulle colline del Monferrato. Laureata in Lettere all’Università degli Studi di Torino, si è specializzata con un corso in redazione editoriale. Ovunque tu sarai, il suo romanzo d’esordio nel 2015, è stato un grande successo del passaparola. I diritti di traduzione sono stati venduti in due Pae­si, Norvegia e Germania. Nel 2016 pubblica, sempre con Giunti, L’emozione in ogni passo

 

 Beppe Rovera 

Giornalista professionista, inizia la sua carriera nel 1978 presso la redazione torinese di Avvenire. Dal 1979 al 1990 ricopre il ruolo di redattore dell’Ansa di Torino dove segue, come cronista, i principali avvenimenti della città e del Paese, per poi approdare, come corrispondente da Torino, al Corriere della Sera, incarico che svolge dal 1985 al 1990, anno in cui inizia a condurre la trasmissione Ambiente Italia alla Rai di Torino.

 

Arianna Safonov

 

A 31 anni Arianna decide che l’aria di città è diventata irrespirabile. L’insofferenza verso i ritmi urbani, lo smog, gli snob fissati con i prodotti bio e l’inquinamento acustico, è salita alle stelle e l’unica soluzione accettabile, per lei, è quella di mollare tutto e partire. Nella zona dell’Oltrepò pavese trova un vecchio fienile e, col cuore colmo di entusiasmo, si lancia in una nuova vita, totalmente diversa da quella di prima.
A bordo di un enorme fuoristrada, insieme ai suoi gatti e al cane, che con lei saranno i protagonisti di molte vicende del libro, parte per la grande avventura. Ma nel brusco passaggio dall’esistenza di cittadina sempre in viaggio per lavoro a quella di misantropa che va a letto con le galline, scoprirà che la vita tanto agognata nasconde in realtà aspetti non proprio esaltanti. Da qui il racconto esilarante di tutte le sfide che la condizione rustica pone: dalla descrizione dei vicini, in verità lontanissimi, al resoconto atterrito delle sagre di paese, dall’analisi del cibo spacciato per biologico nei supermercati alla scarsità di genere maschile appetibile nel raggio di chilometri, il libro è una spassosa panoramica sulla vita in campagna, distante anni luce dalle pastorellerie e dai quadretti bucolici della tradizione. Con grande ironia e situazioni paradossali, Fottuta campagna evidenzia le difficoltà pratiche del mondo green, l’isolamento cui necessariamente costringe la vita agreste, le strazianti conseguenze della lontananza fisica dal consesso civile.
Un anti-inno alla semplicità della vita all’aria aperta che mette in guardia da un’idea molto diffusa e forse troppo idillica della campagna.

 

Davide Sapienza

Scrittore, giornalista, traduttore, autore di reportage. Si dedica a forme di narrativa intrecciate al legame con la Terra, al viaggio, al cammino, ma il suo “prima” è il magma ribelle del rock, passaggio costellato di libri importanti (U2, Waterboys, Simple Minds, Nirvana, Neil Young). I Diari di Rubha Hunish (dal 2014 anche in digitale per Feltrinelli Zoom con 42 foto e un racconto inedito), La valle di Ognidove, La strada era l’acqua, La musica della neve, Scrivere la natura, Camminando (dal 2015 anche per Feltrinelli Zoom) sono i segnavia di un percorso letterario dinamico, fuori da ogni schema e genere. Ha lanciato i cammini NatuRe (anche di più giorni, con la Compagnia dei Cammini e Alpes), realizza performance musicali letterarie (del 2013 anche in cd con La musica della neve.experience), come quella che dal 2014 porta le sue note traduzioni di JackLondon sul palco insieme a Francesco Garolfi (Il Richiamo di Zanna Bianca). Nel marzo 2016 pubblica la sua prima raccolta di poesie, Il Durante Eterno Delle Cose (Feltrinelli Zoom) in ebook.Dal novembre 2013 scrive per il dorso bergamasco del Corriere della Sera. La montagna e il rapporto profondo delle epoche lo ha visto co sceneggiare l’acclamato Scemi di guerra (2008), docudi Enrico Verra. Per scrivere segue le vie invisibili con le mappe interiori. Nel 2009 la TV SvizzeraItaliana gli ha dedicato La sapienza di Davide. Parole in cammino. É tra i maggiori studiosi internazionali di Jack London e traduttore di classici (Barry Lopez, EA Poe), anche dell’esplorazione polare (Nansen, Scott). Nel 2011 ha ricevuto riconoscimenti prestigiosi per il suo lavoro geopoetico e letterario, oltre che per l’impegno giornalistico dedicato alla Natura e al Pianeta (“Pigna d’argento” nel 2011, “Sentinella del creato” nel 2012 e “Le ghiande” di Cinemambiente nel2015). Per Feltrinelli ha tradotto “Il richiamo della foresta”, “Zanna Bianca”, “Il vagabondo dellestelle” di Jack London, “Le avventure di Gordon Pym” di E.A. Poe e per Zoom “Un frammento di cielo” di Barry Lopez. Vive in montagna.

 

Giampaolo Simi

Giampaolo Simi ha pubblicato Il corpo dell’inglese (2004) e Rosa elettrica (2007). I suoi libri hanno ricevuto vari premi e sono stati tradotti in Francia (nella «Série noire» di Gallimard e presso Sonatine) e in Germania (Bertelsmann). Ha collaborato come soggettista e sceneggiatore alle fiction «RIS» e «RIS Roma». Nel 2012 è uscito il suo ultimo romanzo La notte alle mie spalle.

Tracce di autori

Tracce di autori (edizione 2015)

Virginia  Woolf, ops…Lorenza Ghinelli è una giovane scrittrice riminese. Lavora come free lance scrivendo romanzi, racconti, sceneggiature e facendo docenze. E’ stata finalista al Premio Strega con “La colpa”  nel 2012. E’ una ragazza molto disponibile, (mica si da delle arie!) abituata a lavorare coi giovani. Proprio loro, i ragazzi della terza liceo dell’Istituto Comprensivo Montagna Pistoiese gestiranno l’incontro con la scrittrice. Il fatto che abbiano accettato la missione con entusiasmo è già di per sé una scommessa vinta. (sura)

Vorrei parlarvi di  Riccardo Finelli. D’accordo, è innanzitutto un bravo ragazzo modenese, un uomo che lavora (vivere di scrittura è un privilegio che tocca a pochi!) Volevo parlarvi del suo viaggio in scooter attraverso l’Appennino, da cima in fondo, dalla Liguria fino alla Calabria. Un viaggio lento, pieno di incontri, un viaggio per capire l’Italia delle piccole cose. Macché Milano, o Roma; lui si è concentrato sui paesi, sulle piccole realtà che non respirano aria mondana, ma quotidianeità, (toc toc, puoi prestarmi il sale? l’ho finito! Avresti anche del pane che ne ho comprato poco?) “Appenninia” è il titolo del suo diario di viaggio. Vogliamo incontrarlo? (sura)

Claudio Nizzi e Moreno Burattini sono innanzitutto due buoni amici, l’uno più giovane, l’altro… un po’ meno! Ma sono anche due colleghi sceneggiatori per la Casa Editrice Sergio Bonelli Editore. Avete presente Zagor o Tex? Entrambi scrivono anche romanzi storici  ambientati in ipotetici borghi che ricordano molto i loro paesi natali, (Fiumalbo e Gavinana). Ebbene sì! sono due bei personaggi nostrani. Quando li abbiamo contattati hanno subito messo in chiaro che erano ben lieti di parlarci del loro lavoro, ma volevano farlo insieme. Un modo per reincontrarsi e condividere con noi la loro amicizia! (sura)

 

Marco Vichi: se volete farlo arrabbiare, o nel migliore dei casi farvi fulminare dal suo proverbiale sguardo enigmatico da finto buono, definitelo pure giallista. Ma così, sappiatelo, non ci siamo proprio! Marco Vichi si considera semplicemente uno scrittore tout-court e per chi ne volesse la prova certa basta leggere “Il brigante” opera definita tra le migliori e tra le più significative dell’opera vichiana. Sempre alla ribalta nelle librerie di tutta Italia è l’immancabile commissario Bordelli, l’idolo dei fan di Vichi e detective quasi per caso che negli ultimi libri si è avviluppato in una struggente introspezione retroattiva, mettendo in scena un vero e proprio Amarcord dai connotati sentimentali. (stefano fiori)

Io non lo conosco, Mauro Corona. Gli ho parlato una volta, giusto due parole, una bella bestemmia friulana e tanta fisicità. Mi ha dato l’idea di una vecchia corteccia abbrustolita, indurita, vera come solo la natura sa esserlo, senza scomodare effetti speciali. E’ uomo di montagna, più da bosco che da riviera! Molto amico di Federico Pagliai, tramite lui conosco le sue imprese. Qualche anno fa ho letto “Storia di Neve”. Porco cane com’è bello! Pieno di saggezza e superstizioni popolari, cattivo come i crinali impervi dell’alta montagna. Lo consiglio caldamente (e, vi assicuro, nessuno mi sponsorizza!) A proposito, volevo chiedere al buon Mauro: ” Se venissimo a Erto… mica potremmo vedere la bottiglina che contiene le goccioline d’acqua di Neve? (sura)