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Piteglio

Distante dalle più importanti strade del comprensorio, Piteglio è uno dei borghi più suggestivi della Montagna Pistoiese. E’ il paese delle incisioni su pietra, del culto della Madonna del latte, dell’acqua che leva la paura, delle strane apparizioni sul Monte Torricella e della leggenda di un cervo coraggioso che salvò gli abitanti del borgo da un assalto notturno dei Lucchesi. Un cervo divenuto, non a caso, simbolo sullo stemma del Comune.

Acciambellato su un poggio, circondato da boschi di castagno assai rinomati per la particolare dolcezza della farina ricavate dalle castagne e con le case di sasso di torrente che si tengono strette tra loro come a custodire un qualche segreto, Piteglio è un paese che ben si presta a far raccontare storie sospese tra realtà e leggenda, magia e spiritualità, misteri e segreti.

Il cuore del borgo è una piazzetta che sembra una terrazza affacciata sul fondovalle e l’alveo del torrente Lima. Si chiama Aia Grande, è tutta lastricata in pietra e circondata da casupole ammucchiate ai bordi come gusci di noce che al tramonto si incendiano di ocra intenso con sullo sfondo le sagome arcigne del Balzo Nero e Penna di Lucchio.

prataccio

Prataccio, frazione del comune di Piteglio(Pistoia), sorge lungo la via Statale Mammianese, antica via di comunicazione da e per Emilia e Lucchesia, ultimata nell’ anno 1843 per volere del Granduca di Toscana, Leopoldo II di Lorena. Si trova a 6km dall’ abitato di Le Piastre, a 3km dal paese di Prunetta e a 3km dal paese di Piteglio.

La sua altitudine di 860mt s/m e la sua buona posizione geografica, ne fanno un luogo felice per il suo clima mite e asciutto e per le sue ottime acque sorgive. Il paese attualmente conta circa 140 residenti, detti “prataccini” e comprende le frazioni di Capanne di Sotto,Aiale ed Africo, che dalle testimonianze raccolte pare essere il nucleo più antico. L’ origine del toponimo la si deve probabilmente alle condizioni in cui versava in passato il luogo, detto in primis “i pratacci” poi declinato al singolare cioè un “brutto prato” e da qui appunto un “prataccio”, dove sapientemente i prataccini, nel rispetto di un territorio montano non facile da sfruttare per la loro sussistenza, seppero costruire terrazzamenti su cui coltivare cereali come il grano e la segale, praticare la selvicoltura con i castagni, oltre ad allevare greggi, tagliare legna da ardere e produrre ghiaccio per la conservazione degli alimenti. Si, perchè proprio l’ industria del ghiaccio fu la grande innovazione del luogo, già sede per altro di alcuni opicifi (molini) per la produzione della farina di castagne e questo lo spiega in modo chiaro e dettagliato nel suo libro “L’ industria del Ghiaccio a Prataccio”, l’ autore Rolando Nesti, nostro paesano preziosissimo. Pensate che il ghiaccio prodotto, facendo confluire masse di acqua dentro grandi buche scavate nella terra e coperte con foglie ed arbusti, adeguatamente trasportato raggiungeva città come Firenze e Bologna. E con questo, quando si dice: “montanino, scarpe grosse e cervello fino” si scopre che tale citazione, nasconde tanta verità.

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Cutigliano

 

Cutigliano é un suggestivo borgo medievale della Montagna P.se. Le sue origini risalgono all’epoca romana. Fu teatro di lotte tra fazioni medievali e resistenza dei Capitani della Montagna. Ne è testimonianza il bel palazzo quattrocentesco (attuale sede del comune), situato nel centro storico, la cui facciata è ornata da 96 stemmi appartenenti ai Capitani della Montagna. ed insegne araldiche attestanti la permanenza in Cutigliano di altrettanti Capitani.Il grande stemma mediceo con chiavi e tiara pontifici suggella il potere fiorentino. Nella piazzetta sorgono un’elegante loggia,la colonna con il Marzocco, la fontana e la chiesa della Madonna di Piazza in cui è custodita una pala d’altare robbiana. La vicina Pieve di San Bartolomeo è arricchita da pregevoli opere pittoriche. Cutigliano fu patria di Beatrice poetessa pastora analfabeta. Il fascino di Cutigliano, è legato alla salubrità dell’aria, alla ricca vegetazione boschiva che offre squisiti prodotti del sottobosco dai mirtilli, a tradizioni rurali e culturali che animano ancora la vita del capoluogo e delle sue frazioni. E’ inoltre luogo ideale per la pratica di vari sport all’aria aperta.

Il Museo della Gente dell’Appennino Pistoiese si trova a Rivoreta, un piccolo paese di 80 anime con una tradizione ricchissima. Il museo propone un viaggio nella vita delle persone di questo territorio, dai tempi passati ai giorni nostri. Più che un’esposizione, è un’esperienza attiva. Al visitatore viene richiesto di calarsi nella dimensione narrata, quindi di “fare” con le mani, provare dei lavoretti che gli antenati facevano nella società pre-industriale.Tra le particolarità della mostra non mancano quelle relative al processo di lavorazione e di trasformazione della castagna, su cui si basava l’intera economia della comunità; alla produzione del carbone; agli attrezzi che servivano per procurarsi il legno nel bosco. Solo una piccola parte degli oggetti della raccolta sono esposti, e si alternano ogni anno per cercare di offrire uno specchio più dettagliato della gente della montagna.

Visitabile anche dai non vedenti attraverso la innovativa tecnologia Walk assistant, il museo è rivolto proprio a tutti: ai bambini – che possono prendere parte anche al “Laboratorio del giocattolo”, che invita i più piccoli a sperimentare la fantasia e la manualità costruendo giocattoli poveri e semplici.

La riserva naturale biogenetica di Pian degli Ontani è di proprietà dello Stato e gestita dal Corpo Forestale dello Stato di Pistoia; ha un’altitudine che va da un min. 1100 m ad un max 1770 m ed un’estensione di 590 ettari.

Paesaggio montano appenninico con faggete, boschi misti mesofili, praterie di crinale e brughiere montane, la Riserva si colloca nel bacino idrografico del Torrente Sestaione ed è delimitata nella zona sommitale da un crinale con ampie zone aperte (praterie), di elevato interesse naturalistico e paesaggistico, su cui si ergono il Poggione (1761), il Pizzo Alpestre (1743) e il Monte Uccelliera (1656). Il territorio, solcato da numerosi affluenti ricchi d’acqua anche d’estate, presenta un’inclinazione moderata e costante (nord-est) e poche zone accidentate. Tipici i macereti, costituiti da accumuli di massi, anche di notevole dimensione, nonché gli isolati e affioranti lastroni di arenaria.La riserva è coperta in gran parte da rigogliose pure faggete. Meno diffusi i boschi ksti dove il faggio si unisce all’abete bianco, ad alcune sporadiche latifoglie e più raramente all’abete rosso.Tra i mammiferi presenti il lupo, il capriolo, la mortora, la faina, lo scoiattolo. Recenti studi hanno individuato 14 specie di chirotteri, alcuni assai rari, e vullnerabili come il vespertillio di Nattarer o il barba

Servizi per i visitatori: la Riserva è di libero accesso, esistono aeree di sosta per pic-nic, alcuni sentieri sono stati attrezzati con pannelli didattici ed è disponibile una carta della sentieristica. Come raggiungere l’area: la Riserva è raggiungibile da Pistoia percorrendo prima la SR 66 e poi la SS12 fino alla loc. Casotti di Cutigliano, dove si devia sulla SP 20 in direzione di Pian Ontani/Pian di Novello.

Luoghi

Abetone

 

Sin dall’alba del mondo è sempre stato uno spartiacque, un punto del crinale che come una cerniera cuciva assieme il versante adriatico da quello tirrenico. Si chiamava Valico di Serra Bassa e lassù erano solo boschi, radure, pietre, un viottolo che collegava la frazione di Rivoreta, versante toscano, con il paese di Fiumalbo. E’ una storia di lupi, briganti e abeti quella che per tanti secoli ha attraversato la quotidianità di Serra Bassa. Soprattutto, una storia di abeti: bianchi con le su pigne girate verso l’alto come candelabri, rossi se ciondolanti come lacrime di legno dalle fronde.

Si deve proprio a una di quelle conifere se poi Serra Bassa è oggi marcata sulle mappe come Abetone. Le maestranze dedite alla costruzione della strada ximeniana, strada i cui lavori iniziarono giusto 250 anni fa e che avrebbe poi cambiato in modo radicale le sorti della Montagna pistoiese e modenese, se lo ritrovarono proprio sul percorso che il progetto indicava di seguire quel maestoso abete che si dice “ non bastavano sei persone messe tutt’ intorno con le braccia tese per riuscire a cingerlo e che necessitarono tre giorni di incessanti colpi di accetta e miagolii di segoni per tirarlo giù!”

Abbattuto il gigantesco albero, i lavoranti ecco che iniziarono a nominare quel posto non più Serra Bassa ma come “Abetone”. Inizia da quella strada e da quell’ abbattimento di abete la storia recente del paese che poi diventerà luogo di residenza, valico di traffici di mercanzie e di baratti come quello del sale del Mar Tirreno con il legname di faggio, buono per farci remi di imbarcazioni perché cresciuto più strinto nelle fibre nei pendii all’ albagio dell’ alto modenese, o ancora gli scambi del ferro elbano con quelli del grano e bestiame della pianura padana.

La nuove arteria taglia fuori dai traffici borgate come Lizzano, Spignana, Val di Luce, la stessa Rivoreta, in parte Cutigliano, ma finisce col dare linfa vitale all’ Abetone. Il paese, con tutte quelle casine che danno la faccia alla strada e il culo al bosco, diventa un luogo da vivere e non più da oltrepassare in fretta e furia con l’assillo di bufere di neve, assalti di lupi o peggio di briganti. Diventa il borgo dei boscaioli, carbonai, falegnami, intagliatori tutti dai volti rubizzi e dalle gote arrossite dal freddo.

Freddo che, a quasi 1400 metri di altitudine, vuol dire neve. E i primi sci, delle stanghe di quasi due metri e mezzo, costruiti in faggio, talvolta di acero, direttamente dagli abetonesi abili nella scelta a colpo d’ occhio quali fossero nel fitto del bosco i tronchi più adatti, che sciupare alberi era cosa da non fare! Neve che diventa, anche grazie alla ferrovia porrettana capace di riversare i primi sciatori non indigeni in zona, turismo e nuovi profitti.

Il resto è storia recente: l’epopea di Zeno Colò e degli altri campionissimi abetonesi dello scorso secolo, la rete degli impianti di risalita, la bontà del mirtillo nero, specie autoctona ed esclusiva di questi crinali, la fama dei funghi di quassù, sodi, bianchi e duri al taglio come patate e dal sapore pieno e che non spariscono mica in una padella come quelli raccolti chissà dove!

 

Luoghi

San Marcello

il parco delle stelle

Percorrere una strada che si arrampica verso i boschi e il crinale tosco emiliano…E trovarsi in un luogo limite, sospeso tra la terra resa oro dalle graminacee cotte dal sole e un cielo abitato da tutti i pianeti del sistema solare…Ebbene questo luogo esiste, e’ poco sopra San Marcello Pistoiese e si chiama ” Parco delle Stelle”. Inaugurato circa un anno fa e sorto accanto alla cupola argentata dell osservatorio astronomico, uno dei più validi in Italia

spignana

Piccolo e grazioso paese arroccato alle pendici del monte Cornacchio, che domina la valle della Verdiana la più selvaggia dal punto di vista naturalistico della montagna pistoiese.

Ormai gli abitanti sono pochi, ma il paese si presenta piuttosto vivo nel corso dell’anno, soprattutto quando la stagione estiva permette di vivere la piazzetta che raduna tutti i paesani che intendono frescheggiare attraverso una normalissima, e forse oggi inconsueta, vita sociale. Qua i bambini scorrazzano felici in piena libertà lanciando urla che si perdono fra le strette vie della piccola chiesa e del suo campanile, una volta torre di difesa, a costruzione probabilmente medioevale (1201). L’esposizione del paese a sud ovest risulta protetta e poco umida e si può ammirare il tramonto del sole che si immerge fra la penna di Lucchio ed il monte Memoriante in un mare reso verde dalla vegetazione. Di fronte si trova il monte Castello, dove attualmente sono state riscoperte le vecchie fondamenta del Castel di Mura (epoca medioevale anch’esso) dal quale il Capitano della montagna controllava le vallate e legiferava il buon vivere dei montani. In passato anche gli americani scelsero la loro dimora a Spignana, qui installarono le cucine che dovevano servire i militi  sulla vicina linea gotica. I ragazzini di allora, oggi anziani, in cambio di mano d’opera riuscivano a portare a casa gli scarti di quelle cucine assieme a qualche cingomma e/o sigaretta.. Tanti personaggi hanno villeggiato nel paese …l’ultimo pare sia stato un certo Gino Bartali.

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Fiumalbo

Assodato e indiscusso il toponimo Fiumalbo: si fa egualmente derivare da flumen album (fiume bianco) o da flumen alpium (fiume dell’Alpe), con riferimento all’ Alpoon, primitivo nome del Monte Cimone. Flumen album venne alternato a flumen albolum in una carta vescovile del 1038, anno di donazione della terra di Fiumalbo, ceduta dal Marchese di Toscana Bonifacio, padre di Matilde di Canossa, al Vescovo di Modena, Viberto.